«Le mie 20 ore da disperso nel bosco»

«Miracolato io? Macchè! È una cosa che poteva succedere anche andando a fare una passeggiata, solo che se con me non ci fosse stata Diana, forse, non sarebbe finita così». Perché Diana, un bell’incrocio tra setter inglese e springer, quando giusto due domeniche fa il suo padrone Matteo Confente è scivolato nel bosco in località Rancani a Tregnago e ha perso conoscenza rimanendo così per quasi un giorno, lo ha vegliato, protetto e, soprattutto, scaldato per una notte intera. Due settimane dopo quella domenica che ha tenuto in apprensione il suo paese (San Giovanni Ilarione) Matteo racconta quello che gli è successo. Lo fa dopo aver saputo della mobilitazione di amici, parenti e conoscenti, Comune (il sindaco Luciano Marcazzan in primis), carabinieri, 118, protezione civile, socccorso alpino, vigili del fuoco che hanno messo in campo un drone con termocamera a cui erano pronti a aggiungersi elicottero e cinofili. Lo fa, soprattutto, «perché ho un enorme grazie da dire. Prima di tutto ai miei amici che hanno fatto da caposquadra ai soccorritori guidandoli per tutta la notte attraverso boschi impervi anche per chi li conosce da una vita, a mio papà Remigio e a mia moglie Mia, alla mia famiglia tutta, a tutti quelli che da volontari o per professione hanno guidato i soccorsi. Grazie a chi si è preoccupato per me, a chi per me ha pregato», dice il cacciatore ventisettenne, «e a chi è stato vicino alla mia famiglia in quelle terribili ore. È un grazie profondo, che mi imbarazza, perché mi dispiace per tutto quello che è successo e perché tutto questo affetto è qualcosa di immenso». Di Matteo si erano perse le tracce poco dopo le 11 di quella domenica organizzata con gli amici Roberto e Domenico per andare a caccia di colombacci. Appuntamento a Cattignano di San Giovanni Ilarione, mattinata magra che lo convince a farsi un giro con Diana approfittando, sulla via del ritorno, per fare un salto al ristorante La Collina di Tregnago e prendere qualche panino da consumare con gli amici. Al ristorante, però, Matteo non arriva mai: «Ricordo solo che camminando nel bosco ho visto Diana fare uno spostamento strano, mi sono mosso anche io e in un attimo mi sono visto il tronco di un albero praticamente addosso». Matteo si tocca l’occhio sinistro, e racconta di quella botta violentissima rivelatasi poi un trauma cranico. «Non ho ricordi se non la certezza di essermi svegliato nella penombra. Poteva essere il tramonto come l’alba: Diana mi si era stesa addosso lungo il fianco sinistro col muso appoggiato sulla spalla. Ho scaricato il fucile. Non so quanto tempo dopo mi sono svegliato di nuovo, ho bevuto acqua da una piccola pozzanghera nella terra e ho iniziato a vagare per i boschi». Nessun pensiero al cellulare, oltre tutto silenziato dal mattino per esigenze di caccia, ma conati di vomito, dolore alla testa, confusione totale sia riguardo l’ora sia cosa ci faccia in un luogo che non riconosce: «A un certo punto ho visto una casa in lontananza: caccio da quando avevo quattro anni e mi son ricordato che c’era una fontana. L’ho raggiunta, mi sono lavato il viso, bagnato i polsi e dopo un po’ ho capito dove mi trovavo. Visto il campanile della chiesa dei Finetti mi sono messo in cammino». A quel punto scopre di aver perso il cellulare ma nei pressi di una abitazione, quando il proprietario esce perché allertato dall’abbaiare dei suoi cani, Matteo gli chiede un telefono per chiamare la nonna Marina: «Mi ricordavo il numero, le ho detto solo sono vivo, sto bene!», racconta. Poi ammette di aver detto pure che si sarebbe messo in cammino per andarsi a riprendere la macchina e tornare a casa per conto suo. Lo redarguisce la sorella Daniela, ma ancora Matteo non capisce cosa sia successo. Nel giro di pochi minuti, attorno alle 9.30, sul piazzale della chiesa si precipitano tutti quelli che dal giorno prima passavano al setaccio il monte: «Non capivo più niente, mi sembrava impossibile una mobilitazione del genere, ricordo solo mio cognato che si toglie le calze asciutte e me le passa ricevendo le mie zuppe», dice Matteo. Viene caricato in ambulanza e portato in codice rosso al pronto soccorso dell’ospedale Fracastoro a San Bonifacio. È lungo quel viaggio che la tensione accumulata si scioglie, al riparo di quelle quattro pareti di lamiera, in un pianto. Il secondo poco dopo quando, dalla porta del pronto soccorso, fa capolino Mia e la panciona dove ancora per qualche settimana se ne sta al calduccio il piccolo Luca: «Avevo paura non si ricordasse di me, e invece mi ha salutato nella mia lingua… e ho pianto», racconta la ragazza. Solo adesso, dopo quelle ore terribili, si confida: «Sul primo momento vedevo nero. Poi ho pensato al nostro matrimonio, poco meno di un anno fa, alla nostra casetta a Brognoligo, all’arrivo di Luca… insomma, questa storia doveva per forza finir bene. Poi, giusto una settimana prima, era passato anche il parroco a benedire noi, la casa, le fedi e quel crocefisso, a cui sono legatissima, e abbracciata al quale ho dormito le poche ore di quella notte». Dopo un giorno di ospedale e una settimana di riposo Matteo è tornato alla vita di tutti i giorni: «Dai vicini di casa agli amici, dai parenti ai colleghi di lavoro è stata tutta una festa», racconta. La caccia? «Non c’entra niente ma devo molto alla mia Diana, fedelissima compagna perchè loro, i cani, non fanno distinzioni e amano indipendentemente». Una settimana dopo l’incidente, il ragazzo ha voluto essere riaccompagnato sul monte: «Ho cercato di ricordare come mi ero mosso, ho ritrovato il mio berretto ma, davvero, capire cosa sia successo quella domenica è impossibile». Ora scalpita per tornare alla sua passione, la caccia: Mia si accarezza quel pancione che è stato moltivo di ulteriore preoccupazione e si guardano «Non posso dire no, lo amo: ma se ne parla dopo l’arrivo di Luca», dice Mia. Lo sanno entrambi che quel bambino, senza saperlo, forse è stato capace di salvare, dalla pancia, il suo papà. •

Paola Dalli Cani

 

FONTE: www.larena.it

Autore dell'articolo: axl

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